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ROCKY? YES I AM

Nel 1975 sfidò Muhammad Ali per il titolo. Lo atterrò alla 9a ripresa, prima di subire la lezione del campione. Ma la sua impresa ispirò il personaggio di Rocky a Sylvester Stallone che, in cambio, gli propose: 70.000 dollari subito o l'uno per cento sugli incassi del film. E Chuck Wepner rispose: 70.000 subito...

Articolo tratto dalla Gazzetta dello Sport Magazine N.43-1999

Di Massimo Lopes Pegna

Foto di Michele Molinari

 

Statistiche ufficiali sull'argomento non esistono. Vi dovete fidare di Chuck Wepner: lui vi assicura che i punti sono 329. Gol, mete e canestri, però, non c'entrano. Squadrando la sua faccia ridisegnata dai pugni gli credete sulla parola: 329 punti di sutura in una carriera da peso massimo durata una quindicina d'anni. Si vanta: "Mi chiamavano così: il sanguinolento di Bayonne". Bayonne è il paesino del New Jersey dov'è cresciuto e dove vive: dall'altra parte della baia ci sono le luci di Manhattan e il successo. Dal pontile scalcinato vicino a casa sua, un'immensità. "Sanguinolento, perché piuttosto che andare giù mi facevo massacrare e finivo con la faccia in poltiglia". Era la sua caratteristica: coraggio da vendere, difesa a oltranza, una capacità di assorbire ogni tipo di cazzotto e testata, un'allergia innata al tappeto.

Un giorno del '75 gli misero davanti Muhammad Ali, che aveva da poco battuto George Foreman. In palio il titolo di campione del mondo. Un bocconcino, pensò Don King, che aveva organizzato l'incontro, anche se le classifiche dicevano che Wepner era il numero quattro fra i massimi. Bocconcino appetitoso perché Wepner era bianco e solo Dio poteva sapere quanto si sarebbe pagato perché un bianco si riprendesse lo scettro della categoria. Ali gli scaricava addosso di tutto e lui lì a resistere. Poi, alla 9a ripresa, Wepner mollò un destro che colpì Ali al petto. "Neppure un gran cazzotto", ammette Chuck. Ali invece, chissà come, si adagiò sul quadrato e mancò poco che cascasse fuori dal ring. Il pubblico in piedi. Ali al tappeto ce l'hanno mandato solo in 3 oltre a Wepner, tutta gente che nel pugilato ha lasciato dei buoni ricordi. Ali si rialzò e per altre 5 riprese mitragliò Wepner: alla 15a lo fece piegare su un ginocchio. L'arbitro incredibilmente concesse il k.o. tecnico. Peccato, mancavano solo 19'' alla fine. La gente lasciò l'arena di Cleveland e le sale di tutta l'America, dove trasmettevano il match a circuito chiuso, soddisfatta per i 12 dollari [le 20 mila lire] spesi, a quei tempi un'enormità. Sylvester Stallone invece rimase seduto mezzo stordito sul seggiolino in legno scheggiato di un cinema del Greenwich Villane a New York. In tasca gli erano rimasti trenta dollari e una collezione di sogni andati in frantumi troppo presto. Voleva fare l'attore, era arrivato per sfondare e i soli film che gli avevano fatto girare prevedevano sempre la stessa scena: lui, una donna, un letto, un copione con poche battute, sempre le stesse.

Era finito in quel cinema, che non si sarebbe potuto neppure permettere, e nemmeno lui sapeva bene il perché. Nel cinema finalmente illuminato gli balenò un'idea, che gli dovette sembrare grandiosa. Quell'omone bianco che si prendeva tutti quei pugni sarebbe stato il protagonista del suo film, da lui scritto e interpretato, e si sarebbe chiamato Rocky Balboa. Racconta Wepner: "Stallone mi contatto dopo il match, mi spiegò la sua idea. Mi parve fantastica. Mi fece la proposta: 70 mila dollari [450 milioni di lire al valore di oggi, n.d.r] subito o l'uno per cento sugli incassi del film. Cosa vuole, a quei tempi 70 mila dollari erano una cifra, il film era solo un'idea e Stallone, intendiamoci, un bravo ragazzo, lo vedevi che era uno sveglio, ma in quel momento non avevo un dollaro. Pensate, avessi accettato quell'un per cento, oggi sarei miliardario". Rocky nel 1976 vinse l'Oscar, poi sarebbero seguiti il Rocky numero 2, 3, 4 e 5. E, per il prossimo anno, hanno convinto Stallone a fare il numero 6. Si deve ancora capire cosa succederà: se Rocky verrà fatto morire oppure si vorrà mantenere intatta l'opportunità per l'appuntamento numero 7.

Da quel momento, dal giorno dell'atterramento di Ali, la vita di Wepner cambiò. "Quel pugno neppure troppo formidabile ad Ali, del quale sono amico, mi fece guadagnare dei soldi. Ero quello che lo aveva messo al tappeto, ero bianco e mi piovvero addosso buone offerte. Chiusi con il pugilato nel 1978 e mi portarono pure in Giappone per un incontro con un wrestler locale". E' stato anche dentro, Wepner: cocaina. "Ma ora sono pulito". Si occupa di pubbliche relazioni per un'azienda farmaceutica, ha un sorriso simpatico, 58 anni che maschera benissimo, fisico imponente e predisposizione per i ricordi. Che ha scrupolosamente impacchettato in grossi album: ritagli ingialliti di giornali, fotografie. E ha gelosamente conservato Sports Illustrated del 24 marzo '75: in copertina c'è lui, Wepner, e ha un sorriso grande così.

Ma Rocky gli sarà piaciuto? "E' un film fantastico, una bella storia. Anche se non è la mia". Come, non è la sua? "Io d'italiano ho solo mia moglie, la terza, che mi vuole un bene dell'anima e mi prepara eccellenti spaghetti. Ho antenati tedeschi, inglesi e irlandesi. Philadelphia l'ho vista solo quando ci ho combattuto, non ci ho mai abitato come Rocky. Non sono mai stato un bravo marito: mi piacevano le belle donne e la vita dei locali notturni. E comunque credo di essere stato un pugile più bravo di Rocky. Io per Stallone sono stato soltanto l'ispirazione. Comunque ho partecipato al film come consulente. Ne avevo diritto: la storia non era quella della mia vita, ma mi apparteneva".

E' fiero di tutto quello che ha. L'appartamento di Bayonne, da cui si vede la baia ["I grattacieli di Manhattan sono dall'altra parte, ma Bayonne non la cambierei con niente al mondo"], la macchina di lusso, che ha personalizzato con dei guantoni sulla targa. E la sua vita riempita di appuntamenti: "Domani sono al locale di Mickey Mantle. Poi mi vedo con Mike Tyson. Questo weekend porto mia moglie ad Atlantic City. Poi magari parto per un viaggetto da qualche altra parte".

E poi, come ultima cosa, ti mostra la foto, quella cui deve tutto: "E' il pugno con cui ho mandato al tappeto Ali. Non mi sembrava un gran cazzotto, eppure...". Lo mima. Pare ripetere un gesto abituale, che probabilmente sfodera di fronte a chiunque abbia voglia di ascoltare la sua storia. Poi ti congeda con una pacca sulla spalla e lo stesso sorriso della copertina di Sports Illustrated. Chuck Wepner, in arte "il sanguinolento di Bayonne", in arte "Rocky", ti rispiega per l'ennesima volta come si torna dall'altra parte della baia, a Manhattan. Quella strada la conosce bene, ma per "arrivare" non se n'è mai dovuto servire. A lui è bastato un cazzotto.

CARTA D'IDENTITA'

Chuck Wepner ha 67 anni. Ha chiuso la sua carriera di pugile nel 1978 con un record di 35 vittorie [18 per k.o.], 14 sconfitte e 2 pareggi. E' conosciuto come "il sanguinolento di Bayonne" per la facilità con cui si feriva e sanguinava in volto. Fra le sue sconfitte eccellenti, quelle contro George Foreman, per k.o.t. alla 3a [18 agosto '69] e contro Sonny Liston, per k.o.t. alla 10a [29 giugno '70]. Poi la grande occasione di battersi per il titolo mondiale dei massimi contro Muhammad Ali: il 24 marzo '75 a Richfield, nei pressi di Cleveland, in Ohio. Match finito con la sconfitta per k.o.t. alla 15a, dopo che Wepner aveva mandato Ali al tappeto nella 9a. Quella battaglia ispirò il film "Rocky".